Una ciociara la donna più nota di Francia. E dalla Francia al mondo intero.

Il Fatto Quotidiano due giorni fa ha “scoperto” la storia, o meglio sarebbe dire le mille e più storie, dei modelli e delle modelle di Ciociaria, vicende ahimé oscure a tanti ciociari nonostante la produzione più che puntuale  ed esaustiva del professor Michele Santulli che a modelli e modelle, al costume stesso della Ciociaria, ha dedicato articoli e parte della bibliografia personale.

Epopea di emigrazione, di vita vissuta, spesso di storie al limite di sfruttamento e tratte di umani. Una, dieci, cento vicende di tanti uomini e donne partiti soprattutto dalla Valle di Comino e apprezzati per i lineamenti particolari e per i costumi tipici, immortalati da pennelli e scalpelli di decine di artisti.
Non di tutti voglio parlare in questo approfondimento tratto da un articolo del Santulli stesso, ma di Rosalina Pesce, ragazza di Gallinaro resa celebre al mondo poiché immortalata sulle monete d’argento e sui francobolli francesi, icona eterna di leggiadria, quasi sollevata dalla terra, con cappello frigio in capo e abiti svolazzanti mentre sparge la semenza sul campo.
Divenuta per caso, ma purtroppo senza che nulla cambiasse nelle sue sorti se non una grande popolarità tra gli artisti che la cercheranno fino a tarda età, la più nota Dea dell’agricoltura, simbolo della Repubblica francese.

La storia ci dice che fu verso la fine dell’800 che lo scultore Roty ricevette dal governo francese il compito di preparare un bozzetto per le nuove monete d’argento.
Un giorno, passeggiando per Montparnasse, l’artista notò Rosalina Pesce, forse quindicenne, vestita dei vistosi e colorati costumi tradizionali ciociari.
Un’immagine che gli portò da subito alla mente l’idea del profilo che voleva realizzare sopra le monete. La fermò per strada, contrattarono sul prezzo – un compenso misero per quello che sarebbe poi diventata, ma Rosalina non poteva di certo saperlo!
La storia ci giunge grazie a un gallinarese in Francia che ebbe modo negli anni ’50 del secolo scorso, di contattare Rosalina la quale raccontò, di quei momenti, un aneddoto su tutti. Per ottenere l’effetto degli abiti svolazzanti Roty le fece bagnare i vestiti mettendole di fronte un grande e rudimentale ventilatore. Se l’effetto fu quello ancora apprezzabile, non altrettanto si può dire della bronchite che la giovane Rosalina si buscò rischiando la vita.

La vicenda di Rosalina, come prevedibile, è rimasta per molto tempo posta sotto silenzio. Anzi, trattandosi di una umile donna di Gallinaro, il riferimento fu spesso cancellato, grazie anche alla collaborazione – se così si può chiamare – di una terra – la Ciociaria – in cui il “nemo propheta in patria” è più forte che altrove, sebbene comprensibile sia l’ostilità della Francia ad ammetterne le origini, richiamando in modo sommesso a una donna di origini francesi e non certo italiana e per di più priva di istruzione.

La storia di Rosalina e dello scultore che la rese celebre è solo una delle vicende che vede i ciociari presi come modelli e modelle. Basti pensare che lo stesso padre di Rosalina fu modello, prestando profilo e fisionomia a un’opera di Rodin, raffigurante Balzac, che, ancora oggi, è possibile ammirare in un angolo di Montparnasse.

Rosalina Pesce ebbe anche in tarda età l’attenzione di tantissimi artisti che la andavano a cercare presso la sua abitazione per ritrarne ancora mani e piedi considerati anatomicamente perfetti.

Fonti: Modelle e Modelli Ciociari Nell’Arte Europea di Michele Santulli
Fonti: Articoli sul web

Immagini: 1 – 2 Rosalina Pesce, Modelle e Modelli Ciociari nell’Arte Europea di Michele Santulli.
Immagini: 3 moneta francese.

Annunci

Agosto: Dalla Dea Mefite alla Madonna di Canneto tra comparanze e pellegrinaggi senza tempo.

Dalla Dea Mefite al giorno d’oggi, la Valle di Canneto e le sue acque, centro catalizzatore della vita cittadina di quell’angolo di Ciociaria. E non solo.
Vuoi per le fresche acque che irrorano la zona, vuoi per il verde che da sempre richiama all’attaccamento alla terra, già ai tempi del culto della Dea Mefiti erano tante le persone che vi si recavano.
E non è facile comprendere perché. Mefite è divinità italica legata alle acque, alla fecondità femminile e alla fertilità dei campi, crocevia tra cielo e terra posta a metà. Quasi una porta, legata anche al passaggio tra un mondo e l’altro.
Posta probabilmente in un’area di transumanza, fino al VII secolo si ha traccia di un santuario nella Val di Canneto, distrutto poi dai benedettini e su cui gli stessi fondarono la Chiesa di Santa Maria dove oggi è ubicata la statua della Madonna delle Grazie probabilmente, anche questa, a testimoniare la presenza, in passato, di un “totem” pagano.
In seguito, all’Abbazia venne annesso un Monastero, di cui si fa menzione in un diploma del 775, attribuito a Carlo Magno, e trascritto nel “Chronicon Vulturense”.
In tempi moderni, con l’avvento del cristianesimo, dal 18 al 22 agosto di ogni anno, non solo dalla Ciociaria, ma da tutte le località dell’Italia centrale, tanti pellegrini risalgono da Settefrati la valle di Canneto fino alle sorgenti del Melfa per rendere omaggio alla miracolosa statua della Madonna delle Grazie.

Il rituale che la devozione popolare ha stabilito per questo pellegrinaggio, non si discosta da quello delle visite agli altri Santuari: percorrere la via a piedi nudi; non appena giunti sulla spianata, attraversare più volte l’acqua gelida del torrente in segno di penitenza; compiere tre giri attorno al Santuario, ed entrare strisciando ginocchioni; chiedere la grazia ad alta voce.
Di particolare il rito della “comparanza”, forte richiamo a un rituale pagano derivante dalla cultura contadina ed esistente in tutta la Ciociaria, già celebrato nella notte di San Giovanni e qui riproposto con interessanti varianti.

In questo caso al termine del pellegrinaggio due amici tenendo unite le mani nell’acqua gelida recitano insieme il Pater, l’Ave e il Gloria; quindi raccogliendo una pietruzza bianca dal fondo, ciascuno traccia il segno della croce sulla fronte dell’altro. Ciò varrà a conservarli in amicizia e reciproco aiuto per tutta la vita.

Fonti: Almanacco di Ciociaria – Egidio Ricci
Fonti: AA.VV.

 

San Lorenzo in Ciociaria. Il prodigio del sangue che si scioglie ad Amaseno.

Amaseno. Terra già in odor di mare che, però, il mare lo immagina soltanto, distesa com’è tra verdi valli ai piedi di quel Monte delle Fate che tante suggestioni e storie richiama.
Amaseno. Terra della buona mozzarella e del buon latte di bufala, terra dell’acqua buona – ben pochi lo sanno – che dalle montagne intorno sgorga a irrorare la piana.
Amaseno, però, è anche terra prodigiosa di quel prodigio riposto in un’ampolla in cui dorme coagulato il sangue di San Lorenzo. Almeno fino al 9 – 10 agosto almeno, quando all’interno della chiesa gotico cistercense della collegiata di Santa Maria, si ripete da secoli il prodigio del sangue di San Lorenzo.

La storia di San Lorenzo giunge a noi da lontano. Ci racconta che il martirio di San Lorenzo avvenne a Roma nell’anno 258 sotto l’imperatore Valeriano e che un soldato romano, presente al martirio, raccolse con uno straccio gocce di sangue e grasso per poi portarlo ad Amaseno.
San Lorenzo era stato fatto distendere sopra una graticola con al di sotto i carboni ardenti, così come viene, tra l’altro, normalmente raffigurato, sebbene non vi sia certezza sulle sue sorti.
Le documentazioni disponibili in merito al prodigio datano le prime liquefazioni del sangue a partire dal 1600, così come testimoniato da una “Bolla del 1759 di Papa Clemente XIII”, che di fatto ne sancisce l’esistenza. Da allora il fatto ogni anno si ripete regolarmente.
Spiegazioni plausibili del fenomeno finora non sono state formulate, tuttavia che il sangue presente nell’ampolla sia veramente sangue di San Lorenzo Martire ne fanno fede cataloghi, documenti, atti ed inventari antichi risalenti all’anno Mille.

La sera della vigilia si porta in processione l’ampolla contenente il sangue che sta per sciogliersi, mentre il giorno dopo il reliquiario, con il sangue ormai fluido, resta esposto sull’altare. Il miracolo è tuttavia di breve durata poiché già nel pomeriggio ha inizio il processo di coagulazione.
Passato l’anniversario del martirio e della festa del Santo – 10 agosto – il sangue torna a coagularsi per riapparire quindi in un grumo secco ed indistinto.
La reliquia consiste precisamente in una massa sanguigna, mista a grasso, a ceneri e ad un pezzo di pelle, nella quantità di circa 50 grammi.

Fonti: Ciociaria turismo.
Memoria e Culto dei Santi Patroni in provincia di Frosinone di Maurizio Lozzi.

Un tratto del Giglio di Veroli nelle illustrazioni di Gustavo Dorè de L’Inferno della Divina Commedia?

Paul Gustave Louis Cristophe Doré, fu un illustratore nato a Strasburgo nel 1832, morto a Parigi nel 1883, che nel  1861 diede vita all’opera monumentale illustrata della Divina Commedia.
Fin qui nulla di strano o unico, se non la bellezza di una produzione che non conosce pari. Stile romantico, con sfumature tendenti al drammatico e richiami mitologici.
A richiamare l’attenzione di “Ascolta la Ciociaria”, è un articolo a firma di M.Cioci e apparso su “Storie e leggende della Ciociaria”.
Secondo l’autore, tra l’altro con fonte quantomeno spazio temporale comprovata, il Dorè, che fu anche militare in forza all’esercito francese, venne stanziato proprio in Ciociaria.
Nei decenni che precedettero l’unità d’ Italia, le truppe francofone, difatti, erano state dislocate lungo le zone di confine a mezzogiorno di Roma e a protezione del papato.
Secondo racconti, che poi vedremo trovare riscontro anche nella memoria di abitanti locali, l’alsaziano Dorè nelle lunghe ore passate al “confine”, si portava spesso a disegnare nella zona dell’Ondola, qualche chilometro fuori città, sulla vecchia strada che un tempo portava al Giglio di Veroli.
Zona particolarmente impervia, con fenditure rocciose che emergono tra querce ed ulivi e strapiombi di rocce che s’ergono ai lati di stretti passaggi. Non è impossibile che tale paesaggi possano aver ispirato l’autore nella “costruzione” grafica dell’inferno.
Tant’è che alcuni osservatori attenti hanno ritrovato nelle illustrazioni mitiche dell’inferno dantesco, edito nell’opera – lo ripeto – del 1861, accostamenti sicuramente suggestivi con il paesaggio dell’Ondola.
A dare supporto, quantomeno orale, alla vicenda, ci pensa la testimonianza di Graziano Jaboni, uomo scomparso alcuni decenni fa, al tempo giovinetto, che accompagnava “Mossiù Dorè” – così lo chiamava lui – durante le sue produzioni.
Jaboni, secondo quanto scritto dal Cioci, ci racconta di come l’artista usasse disegnare fumando il sigaro e, talvolta, per vezzo, passasse il carboncino sul viso del giovane. Mezzo sigaro e un baiocco, che Graziano “passava a tata”, era il compenso per i servigi da “garzone”.
La terra di Ciociaria si conferma luogo di passaggio per le grandi vicissitudini storiche, punto di richiamo e fonte di ispirazione per tanti artisti. Posizione centrale e via quasi obbligata quindi, non solo per l’uomo, ma anche per le tracce indelebili della storia.

Ispirato e interpretato sulla base di quanto scritto in “STORIE E LEGGENDE DELLA CIOCIARIA”
Immagini: Gustavo Dorè, illustrazioni de L’Inferno.

Arnara e lo spettacolo dell’infiorata in cui nessuna tragedia è stata dimenticata.

Immaginate un borgo medievale. Piccolo. Affacciato sul verde della Ciociaria, stretto tra il progresso e il verde delle campagne ancora coltivate, vissute. Vive di quella vita per giunta sana, tranquilla e placida – ma faticosa – all’ombra di un castello sempre più diroccato che, però,  racconta la storia di uno tra i borghi più particolari della nostra terra.
In questo centro di 2395 abitanti, che fu caro ai Conti De’ Ceccano, il 16 luglio a ogni ricorrenza per la Madonna del Carmine, le strade principali si riempiono di vere e proprie opere d’arte floreali e non, tracciate sopra un asfalto consueto che diventa per l’occasione variopinto, frutto di un lavoro collettivo e sociale cui partecipa tutta la cittadinanza. E non solo. Perché c’è chi giunge addirittura da Roma per l’antica usanza, ci sono persone degli altri centri limitrofi, uomini, donne e bambini uniti per partecipare a quella che è una vera propria festa nella festa, tributo religioso e cittadino.
Ogni anno le composizioni affrontano tra i più svariati temi e quest’anno particolare accento è stato dato al ricordo delle tante, purtroppo, ultime tragedie che hanno colpito il mondo. Altri invece hanno tracciato un Klimt floreale. E poi immagini sacre, rituali di devozione che si ripetono nel tempo e precedono la processione che si snoderà, proprio sui fianchi dell’infiorata, con lunghi ceri, canti e preghiere.
Alle celebrazioni per la Madonna del Carmine, sono associati poi i festeggiamenti del luglio arnarese momento in cui il piccolo centro ciociaro riceve i propri figli lontani che tornano a far visita alle famiglie.

Le foto in slide sono di Alex Rossi.
Articolo Alex Vigliani

Questo slideshow richiede JavaScript.

Veroli: l’incidente aereo del 25 maggio 1932. Coincidenze, misteri, suggestioni sulla “Femmina morta”.

Quanta storia, quanti destini si sono intrecciati tra le asperità montane della Ciociaria, nelle sue verde valli o nei suoi centri cittadini. A ogni passo ne è piena questa terra!
E così, poco prima di giungere sulle alture di Prato di Campoli, Veroli, piena Ciociaria ai piedi dei 2000 metri dei monti Passeggio e Pizzo Deta c’è un sentiero, segnalato da una classica bacheca di legno, che porta a una radura con un laghetto nel mezzo.
Qui c’è un cippo con un’elica conficcata e una targa. Il luogo, che si raggiunge seguendo le indicazioni per “Ca(s)cata di lupo”, fu difatti teatro, il 25 maggio del 1932 giorno di Santa Salome, di un terribile incidente aereo che vide perire i due coniugi Suzanne Sarah Picard e Alfred Isaak Lang Willar – cugino di Louuis Dreyfus – mentre erano in viaggio verso Marsiglia. Con loro i due assi del cielo Marcel Francois Goulette temerario della grande guerra e autore di grandi imprese e l’astro nascente dell’aviazione, suo secondo, Lucien Moreau.
In ricordo dell’incidente, da qualche giorno dopo la tragedia, il posto e il lago a esso attiguo presero il nome di “Fossa Susanna”.

Tuttavia nell’immaginario collettivo sono stati tanti i quesiti e ancor più le suggestioni per una vicenda che per casistica numerica e fatalità ha stimolato, e di molto, l’immaginazione di tanti.
La prima curiosità di questa vicenda che finì per porre Veroli al centro del mondo, riguarda forse il fatto più attinente e reale, verità storica inconfutabile al netto degli intrecci politici possibili, plausibili o meno. Pochi giorni prima dell’incidente aereo, difatti, i due coniugi, ci racconta Stefano Magliocchetti nel suo libro “La Femmina Morta”: erano scampati al naufragio del transatlantico francese “Geoges Philippar”, il cui improvviso incendio, al largo delle coste della Somalia, mai chiarito quanto alle cause, trascinò in fondo all’oceano un noto giornalista, Albert Londres, autore di inchieste internazionali molto scottanti, ma non Alfred e Suzanne che, ottimi nuotatori, non solo riuscirono a raggiungere una nave sovietica accorsa in aiuto (o che li seguiva secondo altre tesi), ma anche a mettere al sicuro la loro macchina fotografica, con la quale, dalla nave sovietica, scattarono numerose foto alla nave francese che affondava.

A rimestare nel torbido con intrecci da libro giallo ci sarebbero le amicizie passate di Lang Willar con Trockij, si parla addirittura di un ministero delle finanze offertogli, che fanno il paio con le competenze del padre di Suzanne tra i fondatori de L’Humanité, quotidiano del partito comunista francese e, quindi, non solo benestanti coniugi – comunque con aderenze con la finanza mondiale – in viaggio di ritorno verso Marsiglia.
Un’altra teoria, affascinante e cinematografica, tuttavia poi screditata dal figlio stesso della coppia, li vorrebbe spie al servizio della Francia e depositari di chissà quali segreti oltre a quelli riferibili all’affondamento della Philippar di cui, erano, lo ricordo, testimoni e ovviamente superstiti.

Tutto qui? Nemmeno per sogno. La fantasia, nel fitto bosco dei misteri, tra le radure degli Ernici che pure erano state crocevia di storie brigantesche, vanno a rincorrere casistiche numeriche di sicuro suggestive.
Innanzitutto la data della morte: 25 maggio giorno in cui ricorrono i festeggiamenti per la Santa Patrona di Veroli: Santa Salome, la quale si rammenta negli scritti, prima di andare a morire a Veroli si era recata a Marsiglia (l’aereo come detto era diretto nella città francese) con una sua ancella di nome Sarah – secondo nome di Suzanne.
Una coincidenza, chiaro, ma abbastanza forte da stimolare la fantasia.
Come se non bastasse, come se il destino o chi per lui non avesse ancora giocato tutte le sue carte, il corpo della povera Suzanne Sarah sarà ritrovato in località “Femmina Morta”, luogo già così denominato ancor prima dell’evento.
Il luogo appare di sicuro carico di emozioni. Immerso nel silenzio, con un piccolo acquitrino a rendere il paesaggio degno di un serial e, forse, anche per questo luogo di viaggi immaginari tra misteri e casualità.

Ultima nota, forse tra le più importanti di tutta la vicenda, a recarsi per primo sul luogo del disastro fu un uomo umile, tale Giovanni Scaccia detto “Ciambeghetta” da Veroli, il quale ebbe la dignità, la lealtà e di certo l’onore di non toccare nulla dei tanti gioielli e denari che i coniugi stavano trasportando verso Marsiglia e che giacevano sparsi tutto intorno, tra gli alberi e le radure insieme ai pezzi dell’aereo e ai corpi straziati.

Chi erano i due grandi aviatori periti e quale importanza hanno avuto nella storia?

Goulette, nativo della città di Charmes, nella Lorena, era sopravvissuto non solo alla Prima Guerra Mondiale ed agli ardimentosi combattimenti, affrontati con coraggio e disprezzo per il pericolo, ma anche alle imprese aviatorie degli ultimi suoi 15 anni di vita, durante i quali riuscì a trasvolare, con il suo Farman, il deserto del Sahara e buona parte dell’Africa, fino a mete all’epoca impensabili o, comunque, di notevole difficoltà.

Lucien Moreau, nato a Bellaing, piccolo paese di provincia, ancora più a nord, nella Francia, destinato a rinverdire gli allori del mitico Roland Garros, altro aviatore caduto nella Grande Guerra, e dallo stesso Marcel Goulette, insieme al quale, per la prima volta, si era imbarcato per percorrere la difficile rotta da Parigi a S.Vito dei Normanni e poi Salerno, Roma, Livorno, Genova, fino a Marsiglia, ove avrebbe sbarcato il prezioso carico dei coniugi Lang-Willar.

Fonte: La Femmina Morta di Stefano Magliocchetti
Racconti orali, forum dei Monti Ernici.
Sito: Associazione La Vetta di Veroli.
Foto: 1. Francesca Mattiello. Foto 2 – 3 Forum dei Monti Ernici.

Monte Cacume nella Divina Commedia di Dante Alighieri.

Se ancora ce ne fosse bisogno, altre testimonianze sull’importanza che questo territorio, la Ciociaria, possa avere, ci giungono direttamente da uno testi “sacri” per la cultura italiana e mondiale.
D’altronde basta prendere la Divina Commedia, giungere al Purgatorio Canto IV verso 26 per notare un nome familiare. E chissà quante volte la distrazione dei nostri professori, la nostra noia sui banchi di scuola, ci ha fatto saltare pie’ pari quel nome: Caccume cui si legano quei mille profili conosciuti che dalle valli della Ciociaria, soprattutto da Frosinone, terminano sempre con l’occhio sopra quella strana montagna puntuta che, ingannevolmente si erge in alto puntando il cielo, tuttavia però giungendo a fatica a superare i 1000 metri.

“Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, / montasi su in Bismantova e ‘n Caccume / con esso i piè; ma qui convien ch’om voli”.

Nell’Enciclopedia Dantesca si legge, dopo l’analisi di chi vede nel Caccume un aggettivo del Bismantova e non un riferimento al Monte dei Lepini: “Si deve quindi accettare il verso con la congiunzione, e intendere il C. come Monte Cacume (o Caccume), nel gruppo dei Lepini, visibile oltretutto anche da Anagni, ove probabilmente D. si recò. Né molto probanti appaiono le obiezioni del Bassermann (Orme 621-625); il quale basa la sua posizione, contro l’interpretazione di C. come monte, sul fatto che i pendii del Monte C. non offrono l’idea di inaccessibilità, che il monte è facilmente accessibile fin sulla cima, e che il suo aspetto è poco atto a colpire la fantasia. A ciò si può obiettare che D. potrebbe aver avuto una conoscenza indiretta del monte, o potrebbe averlo osservato da lontano ricavandone l’idea di un’asperità maggiore di quella reale“.
E ancora. “[…] Secondo E. Ricci, ” Dante ha riportato una sua impressione visiva del Cacume, intendendo porre l’accento non sulla reale inaccessibilità del monte, ma sullo stupore che la sua vista desta al viandante “.

Fonti: http://www.treccani.it/enciclopedia/cacume_(Enciclopedia-Dantesca)/
Foto: 1. Ernesto Carbonelli 2. TerraCiociara ’69 3. Foto antica di Cacume.